In questa nostra Italia piove sul bagnato, l’ennesimo disastro annunciato ci lascia sgomenti e senza parole.
Ma adesso più che mai le parole sono diventate un binario a senso unico per spiegare, sottolineare, scandagliare i pro e i contro di progetti mai realizzati, di simulazioni che non hanno insegnato niente a nessuno.

Come spesso succede la morte solleva un polverone enorme, i mass media raccolgono esperti e tecnici del settore che sembrano schierati in un campo di battaglia virtuale a sostenere tesi, a ricordare come quelle famose leggi ci sono e non sono applicate.

Credo che l’Italia abbia il primato del “senno di poi”, dei progetti che non trovano quasi mai sul piano concreto delle applicazioni pratiche che in questo caso potevano salvare tante vite umane.

Sono abruzzese ed anche se la mia provincia non è stata interessata dal  terremoto mi sento vicina a tutti i miei corregionali, gente semplice e dedita al lavoro, legata fortemente alla terra d’origine e agli affetti più cari.

Un popolo definito “forte e gentile” perché ha un animo semplice rivestito da una corazza dura sempre pronta a sfidare le difficoltà della vita.
Spero che in questa occasione la gente abruzzese manifesti la sua forza d’animo e che riesca a ricostruire il senso della vita dopo la tragedia.

Sappiamo quanto sia difficile fare una strada in salita, quando si perdono le persone care, la casa costruita con tanti sacrifici spesi su una terra che è diventata, per un gioco fatale del destino, una cattiva matrigna.

Il detto “prevenire è meglio che curare” ce lo sentiamo dire da quando siamo piccoli e continuiamo ancora a sentire la parola prevenzione che ora come ora sembra essere un’eco  lontano, una parola usata e abusata in ogni contesto. Il terremoto è un evento non prevedibile ma contenere i suoi esiti disastrosi è un dovere delle istituzioni che hanno il compito di fornire ai cittadini tutti gli strumenti necessari per salvaguardare la propria salute e quella dell’intera comunità.

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