Lo psicologo non agisce nell’ambito dell’oggettività linguistica ma si muove nell’ambito della soggettività e dei punti di vista sul mondo che riguardano l’interlocutore. Il colloquio psicologico si compone di: aspetti verbali, aspetti non verbali, setting ( aspetti contestuali e procedurali del colloquio).

L’efficacia dell’intervento psicologico dipende da due componenti: la deontologia e la tecnica.

La deontologia stabilisce le “regole” entro le quali lo psicologo conduce il colloquio; egli utilizza solo metodiche, tecniche e strumenti ai quali è addestrato riconoscendo i propri limiti ( art.5  II comma).

Il primo passo del colloquio presuppone il consenso da parte dell’interlocutore il quale deve autorizzare e legittimare lo psicologo conferendogli il potere per strutturare e condurre gli interventi. Il codice deontologico stabilisce che :” Lo psicologo è tenuto ad accettare il mandato del cliente entro i propri limiti nel rispetto e nella dignità dell’interlocutore”.

Può accadere che la collaborazione sia richiesta da un committente per conto di un’altra persona ( es. la madre che si rivolge allo psicologo per il proprio figlio adolescente) ma in ogni caso lo psicologo gestisce in prima persona le fasi del colloquio; egli dovrà creare una integrazione dei bisogni del committente e dell’utente ( analisi dei bisogni).

Il compito primario è quello di ristrutturare il mondo di senso del proprio utente attraverso uno scambio dinamico che avviene nella comunicazione.

Ci sono tre virtù che lo psicologo deve possedere: partecipazione, coraggio, prudenza.

La partecipazione consente di accogliere senza giudizio morale il vissuto della persona che richiede la consulenza, il coraggio e la prudenza rappresentano l’energia delle competenze professionali che lo psicologo deve gestire in modo equilibrato e mirato.

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