Il ragazzo non fa ritorno a casa, ha deciso di far saltare il banco con la sua irreperibilità, di interrompere il proprio percorso affettivo con la famiglia, la scuola, la comunità locale.

Quando ciò accade c’è sempre un disagio profondo a fare da detonatore, da imbocco verso un ignoto che non fa più paura del morso della disperazione.

La paura, la solitudine, la violenza, fanno implodere i punti di partenza, scambiati per punti di arrivo, invece di consolidare i luoghi elettivi affinché i valori mettano radici nella vita di una persona, diventano il fallimento di una intera società, l’insuccesso dell’intervento pedagogico, non svolgendo con attenzione il compito di insegnare la responsabilità con amore e fiducia.

Un giovanissimo scompare nelle ramificazioni territoriali che dovrebbero servire a educare il ragazzo, ma che spesso diventano percorsi esistenziali insufficienti, quindi merce da smaltire senza alcun messaggio da indagare.

Si fugge da casa perché di motivi ce ne sono a dismisura, per un adolescente che non ci sta più dentro, gli altri non esistono più, egli stesso non conta più niente.

Rimaniamo basiti per non aver ricevuto alcun preavviso, eppure a differenza di qualche anno fa siamo molto più informati, basta pensare alla messaggistica istantanea, la televisione digitale, terrestre, satellitare, a facebook, twitter, youtube, insomma siamo inondati di immagini e di comunicazione, ma tutto ciò ci consegna più consapevolezza?

Il ragazzo scappa, inciampa, cade, siamo preoccupati, spaventati,  ma ci sentiamo a una immaginaria distanza di sicurezza, chi sceglie di rompere piuttosto di riparare, chi frantuma l’albero di Natale, non è arredo di casa nostra.

Come se la fuga e l’assenza improvvisa di un adolescente fosse il risultato di un viaggio a uno zoo safari, dove è lecito osservare le parole denudate in gabbia, il senso lacerato alla catena, la relazione prigioniera a doppia mandata.

L’impressione è che trattiamo la diserzione umana come un prodotto da consumare, qualcuno ha detto ” i giovani fanno del male ma sognano di fare del bene”, e gli adulti sanno ancora sognare, permettendo a chi è ancora al palo di sognare domani?

Siamo capaci di chiederci dove abbiamo sbagliato, per riuscire a mettere insieme una autocritica efficace, e accettare eventualmente le critiche che ne derivano?

Come non vergognarci del nostro cattivo esempio, quando mettiamo in campo un teatrale mea culpa da asilo infantile, sostenendo che, sì, è vero, a volte commettiamo gli stessi errori, le stesse smargiassate dei nostri figli.

E con questa menzogna portiamo avanti un vero e proprio tradimento culturale, un tradimento del cuore che non consente ad alcuna sfida educativa di fare il decisivo passo in avanti.

Infatti sono i nostri ragazzi che imitano i nostri sbagli, noi dedichiamo tempo e denaro per trovare giustificazioni idonee a farci stare dentro tutto e il contrario di tutto, loro ci prendono le misure, le hanno già prese, ci hanno preceduto, peggio, sono già fuggiti via.

Così, mentre noi litighiamo, ci prendiamo a gomitate per passare avanti, loro occupano gli spazi invisibili, creano territori, costruiscono perimetri inaccessibili, circondati da mura altissime, dove il rumore è vuoto senza alcun pieno, dove prendere a spintoni la vita per vincere la propria inadeguatezza.

di Vincenzo Andraous

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