Per quasi un secolo il modello culturale dell’educazione sanitaria è stato quello bio-medico.

La salute veniva considerata essenzialmente “assenza di malattia”, essa si manifestava quando le capacità di difesa del corpo risultavano insufficienti ad eliminare i disturbi. In questo contesto soltanto il medico era in grado di stabilire la causa e le conseguenze della malattia intervenendo con un trattamento esclusivamente farmacologico e chirurgico.

Negli anni settanta e ottanta gli studi scientifici hanno avuto un approccio sistemico, essi hanno  evidenziato gli stretti rapporti tra la dimensione individuale e sociale nel manifestarsi della malattia ( modello bio-psicosociale).

Secondo gli studiosi di questo modello la medicina deve individuare le relazioni causa-effetto partendo dall’organismo biologico per poi estendersi alla famiglia e all’intera società, integrando di volta in volta con gli strumenti di indagine più innovativi le conoscenze e le tecniche messe in campo.

Con l’evoluzione della società l’educazione sanitaria ha messo in stretta relazione l’individuo con il sistema sociale di appartenenza.

Il modello sociosistemico considera il corpo vivente l’insieme indissolubile del corpo e della dimensione interiore della persona nel contesto di un dato periodo storico e sistema sociale.

Ci si trova quindi di fronte a due rappresentazioni della malattia ( infermità e stato soggettivo del paziente) che possono essere in sintonia o in contrasto. 

La malattia non è più un fenomeno a sé stante ma il risultato di varie interazioni  che si sviluppano tra l’individuo e la società in una complessa dinamica che comprende anche le condizioni soggettive del paziente e la percezione del suo stato di infermità.

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