Se ne parla troppo poco ma il burnout rappresenta oggi l’anticamera della cronicizzazione di disturbi vari e non da sottovalutare perché incidono fortemente sull’equilibrio psicofisico di persone che hanno il compito di trasmettere i messaggi educativi che formano i giovani studenti.

Le persone adulte proprio perché tali non riescono facilmente a riconoscere le proprie debolezze, fanno fatica a scuotersi di dosso quel senso di colpa che è un retaggio dell’educazione tradizionale ricevuta dai genitori e per questo motivo il senso di personale inadeguatezza tende a straripare dai margini ristretti del quotidiano vivere.

Oggi l’insegnante raccoglie il disagio generalizzato di adolescenti inquieti e aggressivi che spesso, quando entrano a scuola si “spogliano” delle regole acquisite per contrastarne altre, quelle che costituiscono le basi relazionali con i pari e con le figure adulte.

Queste sono considerate frequentemente un ostacolo, un “potere” da colpire o rifiutare senza mezzi termini.
Non ci sono colpi diretti se non in situazioni di bullismo conclamato; le azioni di disturbo verso l’adulto hanno forme diverse ma altrettanto deleterie: risposte provocatorie ai richiami, atteggiamenti di sfida e menefreghismo, negazione o secco rifiuto di entrare in comunicazione con l’insegnante mediante i cosiddetti “comportamenti di sostituzione” ( giocherellare con oggetti vari, ridere e scherzare o cose del genere).

Questi comportamenti hanno il preciso scopo di mortificare, svilire e abbattere moralmente e fisicamente la figura che occupa quella cattedra che diventa un’isola sperduta, un simulacro di istituzione ed educazione. Il burnout è presente nel quotidiano vivere di scuola, invisibile malattia che corrode lentamente entusiasmi e desideri, una lotta senza vinti e vincitori che non concede tregua perché ogni giorno si maschera e si insinua prepotentemente nei pensieri più profondi spegnendo il sorriso, ingigantendo dubbi e cancellando  convinzioni.

E l’adulto, colui che agisce razionalmente perché ha imparato dall’esperienza tutto quello che c’era da imparare, si ritrova a combattere con i mulini a vento immagazzinando sconfitte e frustrazioni, ferite che lasciano il segno e diventano incurabili se su di esse si stende un velo di pietà e di indifferenza, sentimenti che lasciano sempre uno strascico  di impotenza e disillusione.

Lo psichiatra A.Iossa Fasano  dice in una intervista : “ Bisogna far crescere una cultura che faccia del burnout la consapevolezza di un limite”.

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