Sentiamo spesso dagli alunni questa frase: “A che serve?” .

La risposta non è altrettanto facile perché presuppone una visione del mondo che non è certamente quella che hanno oggi gli adolescenti.

I giovani sono purtroppo abituati alla cultura del consumismo  e spesso tendono ad uniformare il senso estetico e la cultura in generale  con i dettami della moda e della società del profitto.

Ciò che molti anni fa era un contenuto di valore fine a se stesso come lo studio non è oggi rappresentativo di un modo di essere e di pensare.

L’educazione ha un compito non facile perché deve riproporre dei modelli che non si adattano più alla realtà in cui tutto o quasi è quantificato, massificato. 

Lo studio insegna a guardare il mondo con occhi sempre diversi, a capire il passato e la sua storia, a spiegare ipotesi e idee, a confrontare e a valutare il proprio pensiero con quello degli altri arricchendolo di significati sempre nuovi e passibili di essere ogni volta modellati in situazioni diverse .

Non esiste il “do ut des”  ossia lo scambio immediato sul dare e ricevere ma il tentativo di percorrere una strada in fondo alla quale l’esperienza e il proprio bagaglio culturale siano risorse indispensabili per apprezzare la vita in tutti i suoi aspetti  attribuendo valore e significato al sacrificio, al senso di responsabilità che sono sempre uno strumenti necessari   per raggiungere ciò che si desidera dal  futuro.

Insegnare significa anche educare ai sentimenti che il filosofo Kant riteneva “elementi cognitivi” perché, a differenza di una semplice emozione, il sentimento riesce ad attivare un coinvolgimento maggiore sviluppando capacità di rielaborazione proprie della natura umana. Racconta la tradizione che quando chiesero ad Aristotele : “A cosa serve la filosofia?” egli rispose: “ A nulla, perché la filosofia non è una serva”.

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