Da: Anamorphosis 4, Editore Ananke, Torino, 2006
Sul potere creativo della psiche

 (Barcellona 2004)

Il gruppo come processo emergente.
Riflessioni alla base del workshop proposto
Wilma Scategni

1.Premesse
Nel congresso IAAP di Chicago, nel 1992, Helmut Barz presentava, in un’interessante relazione, il metodo di lavoro in gruppo che lui e la moglie Elynor (anch’essa analista IAAP) utilizzavano nel loro contesto terapeutico e formativo. Ai loro scritti e ad altri citati nella bibliografia rimando i lettori interessati per conoscere di più sulla tecnica usata. In questo contesto mi limiterò ad esporre alcune considerazioni alla radice della proposta di Workshop esperienziale che ho presentato con Peter Elting in quest’ambito, ringraziando sentitamente il Comitato Scientifico di questo congresso per avere accolto la richiesta. (…)
Desidero inoltre rimandare le persone interessate al tema del lavoro di gruppo all’insostituibile lavoro che Peter Tatham svolge nei convegni IAAP dal Convegno di Zurigo del 1995, relativamente alla Social Dreaming Matrix, che ci permette tuttora di incontrare, attraverso l’esperienza diretta, i riflessi notturni dei nostri convegni IAAP. 

Nel mondo contemporaneo il continuo bombardamento ad opera dei mass-media di immagini, parole e modelli emergenti ed istantaneamente cangianti, favoriscono l’affiorare di desideri, obbiettivi e mete annullati, divorati e bruciati nel momento stesso in cui si manifestano alla coscienza.
La faticosa ricerca della luce, del senso e dell’assoluto, meta in ogni epoca e cultura di una sofferta ricerca religiosa e delle avventure e delle peregrinazioni in epiche imprese di dèi, demoni ed eroi, si sostituisce con il desiderio o, meglio, con l’avidità di appropriazione di un Paradiso in terra, materializzato ad opera della tecnica sottoforma di oggetti di consumo. Il medesimo Eden rivela però, nel suo lato in ombra, la sua antitesi: diviene un Inferno materializzato che incombe in modo inquietante, e si manifesta in perdita di controllo di una tecnologia diventata fine a se stessa. La medesima, priva di un limite e di un contenitore che ne orienti il senso, ripropone spettri di rovina, catastrofe ed annientamento sullo sfondo luminoso della Nuova Era.
A questo proposito già nel 1938 Walter Benjamin citava in modo suggestivo e inquietante i bombardieri, come risultato e al tempo stesso memoria di ciò che Leonardo da Vinci si attendeva dal volo dell’uomo: la possibilità di cercare neve sulla cima delle montagne per spargerla sulle strade di città, che mandano bagliori al calore dell’estate.
Gli occhi, l’udito, i sensi, investiti da impressioni frammentarie, finiscono per vedere troppo e non registrare nulla. Ne consegue una sorta di anestesia, e non a caso la dedizione alla droga diviene, dal XIX secolo in poi, un fenomeno progressivamente crescente, espressione di un problema sociale caratteristico della vita moderna, che muove i suoi passi dalle metropoli industriali.
(…) Come tale dilaga nei suoi aspetti più distruttivi, come riempimento di un "vuoto" subentrato a un desiderio di spiritualità, di annullamento estatico, di assoluto e di senso, spesso rimosso e misconosciuto dalla civiltà occidentale del nostro secolo. (…)
La medesima aspirazione, rimossa dalla coscienza collettiva e priva di uno spazio di espressione, può allora facilmente assumere carattere distruttivo, attivando in risposta all’insicurezza dell’Io gli aspetti inconsci dell’ "Ombra": questa viene proiettata all’esterno sull’ "altro da sé", come individuo e come gruppo di appartenenza. Emerge cosi l’intolleranza, il razzismo, il fondamentalismo e la dedizione fanatica e assoluta a droghe, sette o ideologie assolutistiche. Ciò soddisfa, anche se in modo distorto, il desiderio di annullamento della coscienza. (…) James Hillman mette in relazione l’esperienza estatica con la manifestazione di strati più profondi dell’anima umana. Riconosce l’esistenza di un’ "Anima io", più superficiale, legata alla contingenza e alla quotidianità e di un’ ”Anima immagine" più profonda. La prima prova terrore davanti alla perdita di identità, mentre la seconda prova piacere nella dissoluzione e nell’annientamento dell’esperienza estatica.
I due aspetti di "Anima" sono rappresentati in immagine dalle tempeste che si agitano sulle superfici marine in contrapposizione alla quiete immutabile della profondità degli abissi.
La difficoltà può quindi risiedere in questo passaggio, nel transito tra "Anima io" ed "Anima immagine", tra coscienza dell’Io ed esperienza estatica, e nel percorso inverso che restituisce l’esperienza al contesto sociale in cui l’Io stesso vive ed agisce.

2.Il gruppo come risposta possibile

Il gruppo ed il setting terapeutico di gruppo è allora ciò che può assumere il ruolo di contenitore, che nel momento in cui rende possibile la temporanea esperienza di abbandono e nullificazione, la restituisce al contesto in cui la stessa si svolge, attribuendole un senso. Il passaggio ha il carattere e la difficoltà del percorso iniziatico. È il passaggio attraverso “la porta stretta", la ricerca della corda magica che unisce Cielo e Terra, l’ascesa attraverso l’arcobaleno dei riti sciamanici ed il viaggio sotterraneo dell’eroe mitico alla ricerca dell’immortalità. Ed è così, non a caso, che spesso il simbolismo iniziatico si manifesta con una certa frequenza nei sogni dei partecipanti (…).
L’esperienza di regressione, annientamento, e di temporanea perdita dell’Io – caratteristica di alcuni sogni, visioni e stati crepuscolari di "abbassamento del livello mentale" – può essere riportabile ad un’irruzione del "sacro” nel mondo della quotidianità.
La manifestazione del "sacro" (…) necessita di una sorta di temenos o recinto sacro, che limiti e definisca uno spazio di azione, e di immagini simboliche, che esprimano ed attenuino al tempo stesso l’energia di emozioni, sentimenti e pulsioni proprie del mondo degli archetipi. (…)
L’affiorare di immagini iniziatiche nei sogni di partecipanti ad un gruppo (…) può essere considerato ciò che l’ “Anima”, intesa in senso Junghiano, rispecchia e restituisce, dagli strati più profondi della psiche, della molteplicità delle reti relazionali, che vivono, si manifestano ed agiscono nella inesauribile e caleidoscopica variegatura delle dinamiche di gruppo. Queste ultime possono infatti essere considerate lo specchio dei continui intrecci dei percorsi individuativi dei singoli partecipanti col percorso individuativo globale del gruppo stesso.
Il gruppo ripropone continuamente diverse prospettive di tempo e di spazio (…): diversi piani di realtà si intersecano continuamente. (…) l’ “azione psicodrammatica” con il suo continuo spostarsi in più dimensioni: logico-concettuali, immaginali, emotive, sensoriali e simboliche.
È attraverso questi percorsi che il protagonista o, meglio, i protagonisti, si riappropriano della responsabilità delle loro azioni, nella propria ed altrui esistenza e nei frammenti di essa che la scena psicodrammatica mostra.
All’anonimato dell’uomo della folla della civiltà industriale – che non ha volto, espressione, sentimento – si contrappone l’avere un nome in un contesto (il gruppo), che di momento in momento si riconosce come portatore nello stesso tempo di elementi costanti e mutevoli, con cui è possibile un confronto continuo.                          
Contemporaneamente il protagonista ha, oltre che un nome, un corpo, emozioni, sentimenti, che determinano il suo agire ed il suo esprimersi nel gruppo, di cui lo stesso gli restituisce la responsabilità in prima persona.
In antitesi con l’uomo che, anonimo, può schiacciare un bottone azionando un missile che annienta e distrugge a distanza uomini, case, villaggi, senza sentirne neppure gli echi e dimenticandone le responsabilità, qui ogni azione trova nell’altro o nel gruppo una risposta immediata, una reazione che viene restituita riconsegnando al soggetto anche la responsabilità diretta che gli compete. Così il gruppo può offrire allo stesso tempo, a chi vi partecipa, l’opportunità di fluttuare liberamente come una sorta di "eternauta" o di flaneur nel tempo e nello spazio reale od onirico dei vissuti propri e altrui, e contemporaneamente di impegnarsi concretamente in prima persona nel confronto e nella relazione con l’altro.
(…) Lo spazio di incontro oscilla costantemente da una riflessione sul senso delle relazioni, vissute nella vita quotidiana e nel gruppo stesso, e la ricerca del senso di queste ultime in rapporto al proprio ed all’altrui destino, espresso dal percorso individuativo.
(…) Il contrasto e la lacerazione che ne segue, nell’ambito della coscienza, attiva nel contesto ciò che Jung definisce la "funzione trascendente", ovvero il costante confronto dialettico tra coscienza e inconscio, che guida e permette lo svolgersi del processo individuativo. Quest’ultimo non è in fondo altro che la realizzazione del proprio destino individuale, il cui compimento passa attraverso le relazioni con gli altri e con le proprie immagini interne. Ne emerge il riconoscimento del potere creativo della psiche, come elemento in grado di trascendere e di superare la lacerazione del conflitto, sopportandone la tensione.
(continua)

Bibliografia
Eliade M. – Il sacro e il profano – Boringhieri,Torino,1973
Hillman J. – Il sogno e il mondo infero – Ed. Comunità
Jung C.G. – L’Io e l’inconscio; da: “Le Opere, vol. VII – Boringhieri, Torino,1983
Jung C.G. – Simboli della trasformazione; da: Le Opere, vol. V – Boringhiri, Torino,1970
Kereny K. – Miti e misteri – Boringhieri, Torino, 1976
Scategni W. – Psychodrama, group processes and dreams. Archetypal images of individuation – Routledge and New York, 2002        

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