Quando un caso di cronaca “sbarca” in televisione se ne vedono delle belle. C’è sempre il desiderio di manipolare il telespettatore offrendogli su un piatto d’argento la vittima sacrificale. Esiste un ago della bilancia che non può essere affidato agli uomini perché oltre le azioni, i comportamenti e gli atteggiamenti riferiti al singolo individuo c’è qualcosa di più che non riguarda i tribunali o le gogne mediatiche, quella “pìetas” che gli antichi romani conoscevano bene e che considerava l’uomo un essere vivente capace di grandi gesta o di condannabili azioni.

Uomini, quindi e non sempre eroi e invincibili, al di sopra di tutti e di tutto, esenti dalle paure, dagli errori piccoli e grandi che razionalmente od occasionalmente possono cambiare la vita e il destino.

Si avverte sempre di più un assillante desiderio di certezze in un contesto storico in cui ce ne sono veramente poche, una urgente necessità di riequilibrare e rendere meno evidente una precarietà concreta con un senso spasmodico e poco controllato di abbattere le ingiustizie cercando di fare centro e di cancellare in un attimo l’ impotenza e l’ inadeguatezza sulle quali molti eventi maturano e si sviluppano entrando prepotentemente nella nostra vita quotidiana.

La televisione, un contenitore diventato ormai una specie di “ grande fratello”, guida i nostri pensieri, istruisce e imbriglia i nostri sentimenti, le nostre emozioni, alimenta e indirizza comportamenti e opinioni regalando una giustizia preconfezionata e forte della sua verità.

I peccati che spesso ormai non confessiamo più nemmeno a noi stessi diventano merce pregiata da offrire e da soppesare sui piatti di una bilancia ideale e virtuale che alle parole, usate e abusate, registra ogni giorno il peso di  consensi e approvazioni sollevando o allontanando dalle coscienze vizi e virtù in nome di un imparziale e ipotetico criterio di riscrivere a grandi lettere le storie e le vicende spesso intricate a cui assistiamo.

La televisione senza peccati è un giudice che distribuisce sentenze, assolve e condanna senza empatia ed emozioni, si piega al vento dominante dell’audience e sfida il presente combattendo una guerra mercenaria, a fianco o contro quei nemici che i nostri occhi forse non riescono più a riconoscere.

C’è sete di giustizia ma anche di silenzio perché le parole possono diventare macigni e cibo che non nutre, irreale e intricato mondo in cui c’è sempre il vincitore e il vinto di turno.
 

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