Non sono pochi i genitori che mettono eccessivamente l’accento sulle performance scolastiche facendo scivolare in secondo piano l’aspetto relazionale e confondendo la personalità del figlio con la capacità di riuscire, dimostrando attenzione, considerazione ed affetto solo quando il piccolo raggiunge i risultati sperati. In genere, questi genitori pongono ai propri figli standard molto elevati che comportano sacrificio e un’alta probabilità di incappare nell’insuccesso. Le richieste possono essere implicite ed esplicite, le più frequenti sono di ottenere voti alti, di essere il primo della classe, di essere il protagonista principale della recita. Le pressioni verso questa riuscita scolastica producono nel figlio ansia ed apprensione. Ogni compito e valutazione da parte degli insegnanti sono vissuti con preoccupazione poiché testimoniano il suo valore e sono direttamente collegati alla stima e all’amore che i genitori avranno nei suoi confronti. Esperienze di questo tipo, ripetute nel tempo, conducono il bambino verso l’interiorizzazione della regola, cioè “se sarò bravo allora sarò amato”. Successivamente, una bocciatura, un brutto voto, vengono vissuti come una punizione, invece che un passo avanti rispetto alla consapevolezza delle proprie capacità, delle mete conquistate e di quelle che vanno ancora raggiunte, dando la possibilità di vivere la scuola come un momento di crescita e non come un terribile e quotidiano banco di prova.
Progressivamente si assisterà nel bimbo ad una perdita di motivazione nel suo percorso scolastico, accompagnata da un senso di pesantezza, disagio e manifestazioni psicosomatiche quali mal di testa, mal di pancia ( in genere al mattino prima di recarsi a scuola), disturbi del comportamento alimentare, insonnia.
Ma quali sono le ragioni che spingono la famiglia a questi atteggiamenti? I motivi possono essere diversi, ma uno di essi è senz’altro di carattere sociale. Il culto della riuscita individuale ha contagiato l’intera società, compresa la scuola, per cui alcuni genitori si aspettano che i loro figli arrivino dove loro stessi non sono arrivati, non tenendo conto delle capacità, delle motivazioni interiori, delle passioni individuali. Il piccolo si sente così non accolto, ma solo giudicato, disapprovato e svalutato. Mamma e papà, devono invece far capire al proprio figlio che egli è amato poiché è unico, non per i suoi successi scolastici, dimostrando di essere preoccupati per lui, prima che per i suoi voti a scuola.
Devono incoraggiare un percorso di crescita che può essere migliorabile e migliorato in intinere, evitando continui rimproveri o alimentando inutili competizioni con i pari, attraverso un ascolto attivo dei figli e degli eventuali segnali che ci mandano.

di Rita Bimbatti, pedagogista e sociologa della salute

Annunci