Ma il bullismo in classe non è colpa della scuola ( articolo dello scrittore e giornalista Marco Lodoli – da “La Repubblica 17/11/2006 )

E ora cadiamo dalle nuvole, sgraniamo gli occhi e sorpresissimi ci domandiamo: ma come mai è possibile che nelle scuole si moltiplichino le violenze e i soprusi, come diavolo è accaduto che i nostri adolescenti, che solo dieci minuti fa erano ancora bambinetti ingenui, siano diventati così aggressivi e insensibili? Non facciamo i finti tonti, vi prego, e non gettiamo sulle spalle curve della scuola anche questa colpa.

Sono vent’anni almeno che l’immaginario della nostra società si struttura intorno alla violenza, al denaro, al cinismo, alla brutalità, sono vent’anni almeno che gli insegnanti si trovano ad affrontare ragazzi ipernutriti da un cibo avariato che avvelena la mente, eccita a dismisura i desideri, accelera i tempi fino alla frenesia, cancella ogni pazienza ed esalta sempre e comunque la trasgressione senza scopi.

E’ questa la direzione in cui procede la nostra cultura, almeno quella più popolare, quella tenuta sotto controllo dall’industria del consumo. Bisogna sfondarsi, stravolgersi, scalciare a vuoto, e poi accasciarsi con i vestiti giusti su qualche divano o su una panchina di un centro commerciale, senza pensare a niente.

E non dimentichiamo le centinaia di film horror bevuti dagli occhi teneri di ragazzini alti un metro e venti, i contenuti e le forme di una televisione dove nulla deve mai affaticare la mente ma solo elettrizzarla, nulla deve mai invitare a un pensiero più complesso, dove tutto rotola a cento all’ora tra bellocce in mutande e ragazzotti gelatinati e semianalfabeti, dove ogni minuto c’è qualcuno che ti invita a comprare qualcosa.

Insomma a quindici anni nella testa di un adolescente, come nella gola di un’oca, è stata già rovesciata una quantità spaventosa di schifezze. E dall’altra parte del fosso c’è la scuola, lavagne nere e gessetti,, vecchi banchi allineati, professori vestiti così così, che arrivano in autobus o su macchine mezze scassate, che assegnano compiti su cui sudare, che ripetono fino alla nausea che la vita è dura, che bisogna studiare, concentrarsi, perché nulla ci viene regalato, perché anche le passioni prevedono sacrifici, costanza e tempi lunghi.

Sono due mondi che inevitabilmente entrano in collisione e non è difficile intuire qual è il vaso di coccio e quale il vaso di ferro. E spesso i ragazzi hanno alle spalle solo le rovine di famiglie sfasciate, padri e madri che non hanno tempo né voglia di occuparsi di loro, che li lasciano soli davanti alla musica malandrina di sirene che puntano solo a spolparli. E così è inevitabile che accada il peggio.

La scuola non può apparire agli occhi dello studente stravolto come una perdita di tempo, un posto lento dove si imparano cose inutili, che non aiutano affatto a tenere viva e zampillante l’adrenalina. La scuola sembra il contrario della vita. Il bullismo nasce in questo contesto.

L’adolescente non tollera la sua età, non può accettare di restare immerso nelle lunghe stagioni dell’apprendistato, nella vaghezza di un tempo dove tutto accade piano piano: vuole dimostrare agli altri ma soprattutto a se stesso che la sua volontà di potenza, accuratamente fomentata dal mondo, non si ferma davanti a nulla, figuriamoci davanti alla compassione.

Così umilia, perseguita, picchia il compagno più debole, ancora incastrato nella sua fragilità, così calpesta il compagno handicappato, perché quella debolezza non trova alcuno spazio nel suo ordine di valori.

Così se ne frega dei rimproveri dell’insegnante, un poveraccio che non andrà mai in televisione, che obbedisce a una morale antica, ridicola.

Si chiede alla scuola di aggiornare i programmi, di togliersi le ragnatele di dosso e correre al ritmo del nostro tempo competitivo e sempre nuovo. Ma la scuola non può tenere il passo della cultura dominante, è una gara persa in partenza, una gara falsata.

Di Laura Alberico

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