Ho detto ai miei alunni: “ Domani portate una cassetta. Di legno possibilmente”. Volevo una cassetta con tre fori da un lato e tre fori dall’altro.

Per chiarire come doveva essere ho cercato il gesso dappertutto, sulla cattedra, sui banchi, finchè uno dei ragazzi mi ha suggerito: “ Se l’è messo in tasca un attimo fa”.

In tasca infatti ne ho trovato un mozzicone con cui ho disegnato un parallelepipedo che mi è venuto maluccio, linee tremolanti, fori non allineati, colpa dei risolini dietro le spalle.

“Terremo la cassetta qui sulla cattedra” ho detto, “ci metterete dentro le vostre domande. D’accordo?”. Silenzio paziente, del tipo: tutto passa, basta tener duro.

Poi una ragazza mi ha chiesto: “ I fori a che servono?”. Ho spiegato che servivano per far respirare le domande.

Le domande, ho aggiunto, sono vive, hanno il punto interrogativo, l’unico segno di interpunzione con una certa guizzante vivacità.

“Voi imbucate le domande nella cassetta e poi ci metteremo a cercare insieme le risposte”. Sono passati giorni e giorni ma la cassetta delle domande non è comparsa…

Una cassetta con tre fori si trova dentro “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupèry.

Non serve per le domande ma non ha importanza.

Da anni saccheggio libri in cerca di idee che mi aiutino a fare l’insegnante, anche se so bene ormai che le idee, una volta fuori dai libri, una volta trasferite nelle aule, perdono forza come Sansone dopo il taglio dei capelli.

C’è nella scuola un veleno che le indebolisce e le fa morire.

Forse è l’aria cattiva, forse è la cattiva luce in cui la scuola mette tutto ciò che viene dai libri…

Eppure sono affezionato all’ipotesi di una scuola tutta domande : ammucchiarne tante, catalogarle per affinità, accorparle, lavorare a renderle sempre più chiare, sforzarsi di capire quali sono quelle vere. In tutti questi anni ho provato spesso a lavorare così con gli studenti. Facevano fatica loro, facevo fatica io.

Da ragazzo non mi azzardavo nemmeno a dire: “ Posso fare una domanda?”. Temevo di mostrarmi poco all’altezza della situazione….E’ passato del tempo, da allora la scuola, al di là dei buoni propositi, seguita a interrogare senza farsi interrogare.

Le sue “verifiche”, che siano aggiornatissime o si limitino ad essere le vecchie interrogazioni di un volta, verificano sempre e solo risposte, d’altra parte obbligate dal fatto che devono essere quelle “giuste”.

Siamo addestrati e addestriamo a perdere la capacità di porre “perché”, come se farlo fosse un insulto all’autorità dell’interlocutore.

D’altronde gli stessi “ perché” infantili si vanno dissolvendo sempre più precocemente: i perché per cercare di capire, i perché che per un po’ gli adulti ritengono divertenti, poi soltanto fastidiosi, alla fine irritanti.

Restano al massimo i perché- smorfie di bambini addestrati dai genitori ad apparire intelligenti…Con la cassetta delle domande volevo fare un altro tentativo di redenzione mia e dei miei alunni.

Se i miei allievi mi avessero interrogato avrei saputo qualcosa in più su di loro. Se mi fossi provato a rispondere avrebbero saputo qualcosa in più su di me. Ma la cassetta non è piaciuta. Pazienza.

Laura Alberico

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