E’ una questione delicata e talvolta critica quella della gestione del dialogo fra genitori e figli.

“Non mi ascoltano”, “non mi capiscono”, “non gliene frega niente” sono solo alcune delle frasi che spesso ascolto in seduta.

dilogo

Sia i genitori che i figli riferiscono una rottura della capacità di dialogo ed una fragilità comunicativa, soprattutto a partire dalla preadolescenza in poi.

Nel momento in cui i figli compiono i primi passi verso l’esterno, i primi passi verso l’esplorazione e la ricerca di modelli differenti da quello della coppia genitoriale, ecco iniziare le prime complicazioni e le prime tensioni.

La coppia non è ancora completamente disposta ad accettare questo movimento di separazione e cerca di trattenere, imporre, frenare; dall’altro lato i figli vivono la spinta ad uscire dal nido e cercano di misurare la coppia genitoriale, provocando, richiedendo, confliggendo.

Il conflitto ha quindi una importante funzione evolutiva, conducendo al processo di individuazione, separazione e crescita.

Per modulare e gestire queste tensioni e favorire il processo di definizione di sè è necessario imparare a “so-stare nel conflitto” ovvero ‘sostare’ e ‘saper stare’ all’interno di una dinamica conflittuale per imparare a gestirla.

L’adulto ha l’importante compito di promuovere la gestione efficace del conflitto, assumendo il ruolo di mediatore.

Si tratta di imparare a distinguere la persona dal problema, in modo da evitare ogni forma di giudizio e di colpevolizzazione generalizzante; si tratta di imparare ad aspettare il momento giusto, lasciando decantare emozioni negative; si tratta di provare ad empatizzare e capire le ragioni altrui ed infine di strutturare critiche costruttive, e in generale evitare un linguaggio giudicante.

Difficile, si.
Si tratta infatti di chiedere all’adulto di monitorare e modulare se stesso, per poi essere un sostengo supportivo e non giudicante del proprio figlio.

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