Nella prospettiva della teoria dell’attaccamento, l’aggressività viene considerata una componente innata della costituzione umana, ma perde la propria connotazione negativa assumendo un significato adattivo ed evolutivo.
In ogni caso il comportamento aggressivo è attivato da situazioni ambientali percepite come un pericolo o una minaccia.
Le ragioni della sua esistenza possono essere ricondotte ad un’esperienza infantile di deprivazione materna, un comportamento di protesta teso ad evitare esperienze di separazione e di perdita, uno sviluppo carente della funzione riflessiva legato ad abusi, maltrattamenti o scarsa sensibilità genitoriale o, in generale, lo sviluppo di un attaccamento insicuro.
Se il caregiver è sufficientemente risolto, non turbato da preoccupazioni eccessive, se ha relazioni sufficientemente buone, allora la sua attenzione può essere rivolta adeguatamente al bambino e nel suo mondo interno ci sarà spazio per una rappresentazione adeguata e realistica del bambino. In sostanza, un attaccamento sicuro media positivamente questi processi.
Viceversa, se il caregiver è in balia di sentimenti e emozioni irrisolte, ciò non facilita la costruzione di una rappresentazione adeguata dello stato mentale del bambino e il rispecchiamento fallisce. Così il bambino non trova se stesso nell’altro, ma si rispecchia in un’immagine di sé assente ed ostile, legata ad un’erronea rappresentazione del caregiver, sviluppando a sua volta un’immagine di sé inadeguata.
Quindi se fallisce la funzione riflessiva, l’espressione del sè viene continuamente fraintesa dal bambino con lo stato mentale del genitore (aggressivo, ostile, dissociato, impotente) per cui si percepirà a sua volta come aggressivo, ostile etc, confondendo il proprio sé con lo stato mentale del genitore.

Molti bambini con un comportamento aggressivo, potrebbero anche non aver avuto esperienza di un contenimento emotivo né di qualcuno che traducesse le loro sensazioni.
Di conseguenza non sono in grado di autoregolarizzarsi, ovvero non hanno la possibilità di potersi calmare da soli, di esprimere cosa sentono o di cosa hanno bisogno o, ancora, di come scaricare in modo sano e appropriato le emozioni che li sovrastano.
La capacità di regolare le emozioni si forma nell’ambito dell’attaccamento con i propri caregiver.
Caregivers con uno stile d’attaccamento sicuro sono in grado di massimizzare gli stati emotivi positivi e contemporaneamente minimizzare quelli negativi, quando questo non avviene e quindi il caregiver non è in grado di gestire gli stati emotivi negativi del bambino, o nei casi più gravi diventa l’autore di tale disagio (come nel caso dell’abuso o del maltrattamento) il bambino può sviluppare psicopatologie.
A livello clinico è importante intervenire anche sui genitori: la famiglia, intesa come il sistema vivente di riferimento principale nell’esperienza emotiva di una persona, è il primo contesto esperienziale all’interno del quale i sintomi assumono una funzione precisa per il funzionamento relazionale del gruppo di persone che ne fanno parte.
Se un genitore non è in grado di rispecchiare il proprio bambino, molto probabilmente a sua volta non è stato rispecchiato quindi gli strumenti mutuati dalla teoria dell’attaccamento potrebbero aiutarci a comprendere meglio che bambino è stato, all’interno della propria famiglia d’origine, questo genitore e anche a far riflettere il genitore stesso che spesso si è genitori sulla base di come si è stati figli.
Uno strumento molto utile in questo caso è l’ADULT ATTACHMENT INTERVIEW, un’intervista semistrutturata che aiuta a comprendere i vissuti infantili dei genitori con le loro famiglie d’origine, entrando nel dettaglio circa i legami d’attaccamento.

Esplorare con strumenti specifici le rappresentazioni del bambino può essere un valido contributo alla ricostruzione della sua storia di accudimento, integrando informazioni e ricordi;
Conoscere le rappresentazioni che il bambino ha di se stesso, e delle figure che si sono succedute nella sua crescita, consente di avere elementi per comprendere la qualità della genitorialità di cui il bambino ha usufruito;
Si tratta quindi di dar modo ai bambini di mostrare le percezioni e le aspettative delle figure di attaccamento che al pari degli episodi traumatici ricordati forniranno materiale per ipotizzare con una certa precisione la percezione dei ruoli familiari e i pattern di relazione con i caregivers
I modi possono essere diversi :
• i giochi narrativi spontanei, che sono sempre resoconti autobiografici non basati su fantasie, ma sulle esperienze e i sentimenti reali dei bambini.
• Le narrazioni attivate dall’uso di specifici strumenti tra i quali lo Story Stem Assessment Profile (SSAP), uno strumento che dà ai bambini modo di fare emergere le percezioni e le aspettative sulle figure di attaccamento usando mezzi verbali e non verbali e permette quindi di analizzare i modelli operativi interni e gli stili di attaccamento dei bambini a partire dai 3 anni.

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