Gli scambi comunicativi genitore-bambino nel contesto della sintonizzazione emozionale offrono la base per la capacità del bambino di regolare i propri stati interni.

Quando includono il riferimento a sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti, le interazioni verbali forniscono il mezzo mediante cui il cervello del bambino può integrare i diversi aspetti di esperienza in una rappresentazione dotata di coerenza.

La capacità di collegare sensazioni, sentimenti e parole non è automatica: un bambino ha bisogno di sperimentare figure di riferimento capaci di stabilire delle connessioni tra i propri pensieri e le proprie emozioni.

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Immaginiamo, per esempio, una situazione in cui in seguito a un forte  rumore un bambino si spaventi e inizi a piangere. Un adulto che reagisca consolandolo e fornendogli un rispecchiamento attraverso la verbalizzazione dell’accaduto, collegando cioè il rumore al suo stato interno (la paura), permette al bambino di comprendere ciò che gli sta accadendo e, progressivamente, di imparare a riconoscere i propri stati interni, nominandoli e quindi regolandoli.

Nel caso in cui, di fronte alla stessa situazione,  l’adulto fornisca una risposta inadeguata per esempio reagendo in modo aggressivo (sgridando il bambino e/o dicendogli di smettere di piangere), deridendolo o prendendolo in giro (reagendo cioè alla paura con un atteggiamento di non sintonizzazione emotiva e di distacco) oppure non considerandolo (evitando di rispondere al suo pianto), l’emozione del bambino, non trovando un adeguato contenimento, rimarrebbe senza nome, senza senso e quindi irrisolta.

All’interno di un contesto dove le sensazioni e le emozioni sono spesso ignorate o disapprovate, un bambino non riuscirà a  dare un senso ai suoi stati interni e crescerà senza la capacità di collegare le sue emozioni ai sui pensieri e agli avvenimenti che li hanno innescati, rischiando di incorrere in importanti difficoltà di gestione e regolazione emotiva.

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Aiutare il bambino a comprendere cosa gli accade in particolari situazioni, guidando la sua attenzione verso i propri pensieri e le sensazioni interne con interesse e curiosità (per esempio facendogli domande del tipo: “Sei triste perché la nonna parte?” o “Sei preoccupato di non arrivare in tempo a scuola?”), lo aiuta a diventare consapevole di avere un proprio spazio interno e che questo spazio può essere differente da ciò che gli altri possono pensare o sentire.

Questa capacità, chiamata metacognizione, è la fondamentale capacità umana di comprendere e riflettere sul proprio e l’altrui stato mentale, riuscendo così a prevedere il proprio e l’altrui comportamento.

Attraverso questa comprensione e attribuzione di significato dei propri e altrui stati mentali il bambino diviene capace di regolare, oltre alle proprie emozioni, il suo comportamento all’interno degli scambi sociali in modo funzionale e adattivo ai diversi contesti di vita.

 

 

 

 

 

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