Gli esseri umani sono creature altamente sociali. I nostri cervelli si sono evoluti per permetterci di sopravvivere e prosperare in ambienti sociali complessi. Di conseguenza i comportamenti e le emozioni che ci aiutano a esplorare il nostro ambiente sociale sono “trincerati” nelle reti di neuroni all’interno dei nostri cervelli.

Motivazioni sociali, come ad esempio il desiderio di essere un membro di un gruppo o di competere con gli altri, sono tra le pulsioni umane più basilari.

I nostri cervelli sono in grado di valutare chi sta “dentro il nostro gruppo” (noi) e “fuori dal nostro gruppo” (loro) in una frazione di secondo. Questa capacità, un tempo necessaria per la sopravvivenza, può essere considerata al giorno d’oggi dannosa dal punto di vista sociale.

Comprendere come il nostro cervello funzioni in questo tipo di situazioni potrebbe far luce su come risolvere le ingiustizie sociali che affliggono il nostro mondo.

In psicologia sociale il pregiudizio è definito come un atteggiamento verso una persona sulla base della sua appartenenza ad un gruppo. I ricercatori sostengono che ci siamo evoluti in questo modo perché in un lontanissimo passato riconoscere in fretta un membro del proprio gruppo o un “estraneo” era importante per sopravvivere. Questo meccanismo, a livello cerebrale, è costituito da un’associazione tra uno stimolo “pericoloso” e una risposta di difesa comportamentale. La fregatura è che i nostri cervelli hanno ereditato la tendenza a ritenere erroneamente una persona non appartenente al nostro gruppo come qualcosa di pericoloso anche se in realtà non lo è.

Evoluzione_umana

Le neuroscienze ha iniziato a studiare le basi neurali del pregiudizio nel cervello umano. Ora sappiamo che il comportamento “prevenuto” è controllato da un percorso neurale complesso, costituito da regioni corticali e sub-corticali.  Una struttura del cervello chiamata amigdala è considerata la sede della paura nel nostro cervello e la ricerca psicologica ha sempre sostenuto il ruolo fondamentale della paura nei comportamenti guidati dai pregiudizi. Per questo motivo la maggior parte delle ricerche neuroscientifiche su questo argomento è concentrata sullo studio del funzionamento dell’amigdala e delle regioni corticali che influenza. In uno studio condotto da Jaclyn Ronquillo e dei suoi colleghi, undici giovani hanno subito una risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre stavano visualizzando fotografie di volti con diverse tonalità della pelle. Gli studiosi hanno osservato un aumento dell’attività dell’amigdala quando osservavano visi di colori molto diversi dal proprio. Gli autori hanno concluso che il colore della pelle dei volti osservati poteva, nel caso di una grande differenza rispetto alla propria tonalità, evocare una risposta di paura inconscia nei partecipanti.

Ricerche più recenti hanno mostrato che l’amigdala risponde a qualsiasi categoria “fuori dal mio gruppo”, in base alle informazioni salienti che ciascuno di noi ritiene importanti: i vostri le squadre sportive, i partiti politici, i gruppi di affiliazione, il genere, l’orientamento sessuale, dove si va a scuola, e così via.

In uno studio studio Forbes e colleghi evidenziano che la nostra capacità di controllare gli effetti dell’attivazione dell’amigdala di fronte a determinati stimoli dipende dalle cortecce frontali del nostro cervello. Una regione particolarmente importante della corteccia è la corteccia prefrontale mediale (mPFC).  Il mPFC è considerata la sede dell’empatia: forma le impressioni sulle altre persone e ci aiuta a considerare altre prospettive. La mancanza di attività  nella mPFC è associata con il pregiudizio e dalla disumanizzazione delle altre persone. Ad esempio, è noto che l’attivazione mPFC aumenta quando vediamo una persona che stimiamo – per esempio i vigili del fuoco o gli astronauti – ma non quando vediamo qualcuno per il quale proviamo disprezzo o disgusto. Gli uomini con atteggiamenti altamente sessisti mostrano una minore attività mPFC quando visualizzano immagini sessuali di corpi femminili.

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Sembra quindi che le cortecce frontali siano in grado di inibire l’impatto dell’attivazione del nostro “cervello antico” sui nostri comportamenti. Occorre sottolineare che comunque questa capacità è fortemente influenzata dal contesto socio-culturale nel quale per persone vivono: la storia ci ha insegnato come il pregiudizio sia determinato e mediato da fattori di carattere socioeconomico (come i conflitti fra le classi o i gruppi sociali).

È quindi innegabile l’importanza del prendere in considerazione non solo l’architettura neurale dei pregiudizi ma anche il contesto in cui gli esseri umani vivono.

 

Fonte: IFLS

 

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