La diagnosi di un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) può rappresentare un evento potenzialmente critico per tutta la famiglia: è il più delle volte inattesa (poiché solitamente lo sviluppo negli anni precedenti è avvenuto secondo tappe “normali”) e rappresenta una modifica dell’immagine che i componenti hanno di sé e degli altri; non solo il bambino “etichettato” potrà trovare difficoltà a comprendere e ad accettare la diagnosi ma anche i genitori si troveranno a dover fare i conti con un figlio diverso da quello che avevano “pensato” fino a quel momento.

Questa prova rappresenta anche un momento di verifica dello stile di accudimento genitoriale, nei termini del conforto e della protezione offerti al bambino in un momento così critico.

Ma come si sente un bambino a cui è stato diagnosticato un DSA?

Innanzitutto il bambino si percepisce inferiore ai compagni. Questo mina la sua autostima,  la sua visione del mondo e l’ansia da prestazione può raggiungere livelli molto alti.  La letteratura scientifica mostra che i bambini affetti da DSA sembrano essere maggiormente a rischio di sviluppare altri disturbi psicopatologici. In particolare le ricerche hanno dimostrato che i bambini con DSA: hanno un concetto di sé più negativo (Tabassam e Grainger, 2002), provano più ansia (Hall, Spruill e Webster, 2002), hanno scarsa autostima (Hall, Spruill e Webster, 2002), hanno scarsa persistenza al compito e scarsa resistenza alla frustrazione (Bouffard, Couture, 2003), hanno spesso la percezione di non essere capaci, di essere valutati negativamente per i propri insuccessi (Tabassam e Grainger, 2002).

I bambini e gli adolescenti con DSA possono anche sviluppare anche fobia scolastica (Cornoldi, 2007) e depressione (Maughan et al., 2003; Arnold et al., 2005). Le ricerche ci dicono quindi che i bambini con questo tipo di problematiche hanno una buona probabilità di provare sentimenti di dolore e sofferenza.

Ma cosa si può fare in questi casi?

Innanzitutto occorre spiegare loro cos’è un DSA e cosa comporta: un bambino con DSA pensa che qualcosa in lui non vada, e crede, anche a causa di eventuali prese in giro da parte dei coetanei, di essere diverso dalla maggior parte dei suoi compagni.

I bambini devono capire che non sono stupidi ma che hanno semplicemente bisogno di trovare un metodo di studio che sia specifico per loro.

E’ fondamentale inoltre far loro comprendere che non si tratta di una malattia, ma che il disturbo è una caratteristica che alcune persone (bambini e adulti) hanno e che scoprono di avere a un certo punto della loro vita: non tutti siamo uguali e ognuno di noi ha caratteristiche diverse, come ad esempio il colore dei capelli, l’altezza, ecc… È utile a questo proposito fargli osservare anche i compagni hanno caratteristiche specifiche. Alcuni leggono velocemente ma corrono lentamente, altri fanno fatica a leggere ma sono molto bravi nel disegno…

Occorre spiegare al bambino che non è “limitato” e che con l’ausilio di adeguati strumenti potrà affrontare qualunque difficoltà. L’esempio di un parente o un conoscente che porta gli occhiali può costituire un ottimo esempio per spiegare questo punto: chi ha difficoltà alla vista ha bisogno di occhiali fatti apposta per lui per poter vedere. Non tutti portano gli occhiali, molti li hanno e tra le persone che portano gli occhiali ci sono tante differenze. Portare gli occhiali non è sintomo di inferiorità, semplicemente indica che quella persona vede in un modo speciale e caratteristico il mondo.

Oltre a tutto questo rimane comunque importante cogliere tutti i segni di disagio manifestati dal bambino: una diagnosi rappresenta comunque un momento di difficoltà che richiede un nuovo adattamento e le famiglie possono non possedere le risorse per affrontare da sole questo specifico momento.

Può essere quindi importante anche un sostegno psicoterapeutico per supportare il bambino nella comprensione e accettazione della diagnosi, nella gestione della frustrazione e degli stati emotivi spiacevoli connessi alla nuova immagine di sé e all’impegno scolastico.

Inoltre, un lavoro di sostegno e di psico-educazione rivolto ai genitori può consentire un miglioramento delle condizioni esterne di vita del bambino e facilitare il processo di adattamento alla nuova situazione.

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