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Psicopatologia

Contro il disagio da disoccupazione nasce lo Standupificio

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Ricominciare da se stessi, rimettersi in piedi: dal termine inglese to stand up, alzarsi, ha origine la nuova iniziativa dell’associazione Dentro un quadro. A Milano, il 30 novembre tutti potranno partecipare allo Standupificio con attività non convenzionali, set video, un assaggio teatrale e giochi, tra cui il quiz Chi vuol essere meno precario, tutti basati su saperi psicologici e psicoterapeutici scientificamente fondati ed efficaci per ridurre il disagio causato dalla difficoltà di reinserirsi nel mondo del lavoro.

23 novembre 2015 – Il disagio da disoccupazione esiste: inizia con l’incapacità di ritrovare lavoro dopo un periodo prolungato di inattività e lo scoraggiamento nel continuare a cercarlo, seguito poi da stress fisico e psichico, ansia, depressione, disturbi psicosomatici, fenomeni di immobilità e ritiro sociale. Da questa situazione di emergenza, dove il tasso di disoccupazione secondo l’Istat a settembre 2015 raggiungeva l’11,8%, si può uscire, anche grazie a interventi psicologici e psicoterapeutici mirati. Gli stessi cui hanno fatto riferimento i professionisti dell’associazione Dentro un quadro che scendono in campo con una iniziativa originale, importante ma al tempo stesso costruita all’insegna della leggerezza. Si tratta dello Standupificio: un luogo e un evento pensato per restituire alle persone la capacità di rimettersi in piedi, con pratiche e attività utili per ricominciare da sé.

L’iniziativa si terrà a Milano, dove il Comune ha già dato il suo patrocinio, il prossimo 30 novembre e godrà della collaborazione, fra gli altri, di Casa dei Diritti, di Celav Centro mediazione lavoro del Comune di Milano, dell’associazione di politica professionale AltraPsicologia e delle associazioni GuizArt ed El Modernista. Il nostro primo obiettivo è contribuire all’abbattimento delle barriere culturali ed economiche che spesso impediscono a molte persone l’accesso a forme di intervento sul benessere psicologico oggi quanto mai indispensabili, dice Serena Basile, presidente di Dentro un quadro e psicoterapeuta della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC). Il tema centrale dell’evento è il disagio da disoccupazione e l’importanza di recuperare e riscoprire le proprie risorse per farvi fronte, vincendo in questo modo forme inevitabili di scoraggiamento che spesso sconfinano in sintomatologie d’ansia e depressione invalidanti, quando non in sintomatologie da traumatizzazione vera e propria. Siamo nell’era delle start-up, ma molte persone hanno prima bisogno di stand up, cioè di rialzarsi, e a questo servono psicologia e psicoterapia.

Dopo il convegno scientifico non convenzionale dell’anno scorso Non ho più pane nel piatto, quest’anno va in scena lo Standupificio. Il programma della giornata del 30 novembre sarà composto da una prima parte pomeridiana, dalle 14 alle 18, presso la Casa dei Diritti del Comune di Milano (via De Amicis 10), dove psicologi e psicoterapeuti qualificati si renderanno disponibili gratuitamente nelle attività di Tutti su da terra!, laboratorio di psicologia pratica. Chi è interessato a partecipare deve farne richiesta scrivendo all’indirizzo: segreteria@dentrounquadro.it

La serata, invece, si svolgerà all’insegna dell’intrattenimento finalizzato a consentire ai partecipanti un’esperienza personale e relazionale utile e al contempo festosa, incentrata sulla valorizzazione delle proprie risorse personali e della cooperazione fra pari come chiave di volta per un possibile cambiamento sociale. Dalle 19 l’appuntamento sarà al Revolution Café di via G. Fantoli 7 (ex Cactus Juice Café) dove gli ospiti potranno mettersi alla prova in attività pratiche permanenti di natura non convenzionale e fondate sul sapere scientifico psicoterapico. Si potrà partecipare al gioco a quiz Chi vuol essere meno precario: i partecipanti saranno raggruppati in squadre in base al modo in cui ritengono di cercare lavoro ci saranno i coraggiosi, gli instancabili, i creativi e i relazionali. Le domande verteranno su possibili strumenti e modalità mutuati dalla psicoterapia cognitivo comportamentale per ricominciare da sé.

Sarà allestito un set video organizzato dalla casa di produzione Bedeschifilm, per tutti i partecipanti che, supportati in loco da un terapeuta per l’individuazione dei loro punti di forza professionali, desidereranno realizzare il proprio spot promozionale di 30. Gli spot verranno resi disponibili successivamente all’evento e potranno essere utilizzati da ciascuno per autopromuoversi, ad esempio nei canali social. E’ prevista anche una breve pièce teatrale a cura della compagnia teatrale Alma Rosé, dal titolo Caring Angels sul malaffare tutto italiano che caratterizza i concorsi pubblici e sulla cooperazione fra pari come risorsa per evitare sottomissione e rassegnazione. E poi molto altro ancora: dal muro di rabbia per esprimere come ci si sente quando si perde il lavoro, a Change! per riflettere sull’influenza del modo di rappresentarsi le cose su come stiamo, fino a perle a catena, costruite dagli ospiti con il supporto di un terapeuta che aiuterà a mettere a fuoco il proprio essenziale, cioè ciò che per ognuno ha valore autentico e dunque, anche in momenti delicati come i periodi di disoccupazione, rimane. L’associazione GuizArt realizzerà performance artistiche interattive fondate sull’arte del riciclo, la stessa con la quale sono realizzati gli allestimenti della festa con la collaborazione dell’associazione El Modernista.

L’evento è patrocinato dal Comune di Milano, dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia e da SITCC sezione Lombardia.

Per maggiori informazioni: http://www.dentrounquadro.it

“La violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!”

invito

mercoledì 23 settembre alle ore 10.30 alla Casa dei Diritti di Milano (via De Amicis, 10)
incontro di presentazione del progetto “La violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!”, promosso dall’associazione e dalla criminologa Cinzia Mammoliti.

Il progetto, che partirà nelle regioni Lombardia e Liguria e successivamente in Piemonte, ha il patrocinio del Comune di Milano e dei Comuni di Varese, Mantova e Novara.
L’obiettivo è far emergere il fenomeno criminoso della violenza psicologica di cui sono vittime, spesso inconsapevolmente, le donne, ma anche gli uomini e i minori. Sono ogni giorno milioni i casi in cui viene esercitata questa forma subdola di abuso psicologico che si manifesta con un esercizio di potere e controllo distruttivo e potente da parte di un soggetto su un altro.

L’iniziativa promuove una campagna di sensibilizzazione, con una raccolta firme al Manifesto (allegato) e un numero telefonico attivo per segnalare i casi di violenza psicologica.

Interverranno all’incontro:

– Francesca Zajczyk, delegata del sindaco per le pari opportunità del Comune di Milano (saluti istituzionali)

– Simona Ingellis, direttore generale di Global Humanitaria Italia Onlus

– Cinzia Mammoliti, criminologa e responsabile del progetto “La violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!”

– Umberto Ambrosoli, consigliere della Regione Lombardia, componente “III Commissione permanente – Sanità e politiche sociali” e del “Comitato paritetico di controllo e valutazione” e presidente associazione Umberto Ambrosoli

– Fabio Roia, giudice e presidente della sezione delle Misure di prevenzione del tribunale di Milano

– Pier Pietro Brunelli, psicologo, psicoterapeuta, semiologo e specialista della comunicazione

– Silvia Belloni, consigliera dell’ordine degli avvocati di Milano

– Paola Covini, psicologa, psicoterapeuta di CBM – Centro per il bambino maltrattato e la cura della crisi familiare

– Paola Mencarelli, consigliera di parità della Regione Lombardia

Con la partecipazione straordinaria dell’attrice Valeria Graci testimonial del progetto.

DIESIS GROUP
Ufficio stampa Global Humanitaria Italia Onlus
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globalhumanitaria@diesis.it

La giornata dedicata ai bambini autistici

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Il 2 aprile è una data importante perché si è finalmente riconosciuta la necessaria e dovuta visibilità al problema dell’autismo istituendo la “Fondazione nazionale per l’autismo”. I bambini affetti da questo disturbo del neurosviluppo di origine genetico vivono in un mondo proprio, chiuso come una cassaforte di fronte agli stimoli del contesto ambientale. A farsi carico della gestione e dell’educazione dei bambini autistici sono in prima linea i genitori e la scuola dove,( se ci sono insegnanti specializzati), si possono mettere in atto strategie educative destinate a canalizzare e a sviluppare le forme di comunicazione più idonee per la loro formazione. Per questi ragazzi, che spesso sono isolati dal mondo esterno, le relazioni più significative riguardano la socializzazione,l’integrazione e l’inclusione. I progetti che hanno come obiettivi il miglioramento delle relazioni, ( che si manifestano nella vasta gamma della comunicazione non verbale), puntano all’acquisizione di una crescita consapevole delle proprie potenzialità. “Conoscere per comprendere” è il messaggio che invita tutta la gente a guardare con occhi diversi questa problematica, ad avvicinare senza pregiudizi, discriminazioni o paura, il mondo invisibile nel quale questi bambini vivono. La diversità è tale se non la si conosce abbastanza, se si continua a credere che la comunicazione sia uno standard cognitivo che esclude quelli che oggi sono chiamati “diversamente abili”, i ragazzi dai quali tutti noi dobbiamo ancora imparare tanto.

SOS Emozioni: usarle invece di preoccuparsene

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Le emozioni sono lo strumento grazie al quale riusciamo ad essere consapevoli dei nostri bisogni e dei nostri scopi. Molto frequentemente capita però che le persone considerino le emozioni come segnali negativi, come eventi spiacevoli di cui liberarsi o disfarsi. Si tende cioè ad interpretare i fenomeni emotivi come:

  • Spiacevoli e insopportabili;
  • Eventi di cui vergognarsi;
  • Sensazioni che non vengono provate dagli altri;
  • Fenomeni da tenere sotto controllo.

Queste credenze sul mondo emotivo amplificano e innescano a loro volta un sovraccarico emotivo non indifferente: se ci giudichiamo per il fatto di provare sentimenti stiamo giudicando la natura umana e, con essa, una della caratteristiche più importanti della nostra capacità di adattamento. Come possiamo sapere se qualcosa è positivo o negativo per noi senza emozioni? Come faccio a sapere se un evento è piacevole o meno, se ho raggiunto o no uno scopo senza utilizzare le emozioni? In realtà ci emozioniamo tutti i giorni, e utilizziamo le emozioni per organizzare i nostri comportamenti: se siamo a casa sul divano e sbadigliamo, molto probabilmente prenderemo un libro o accenderemo la tv per cercare un programma interessante. Ma prendere il telecomando è un’azione che mettiamo in atto perché stiamo provando un’emozione, come per esempio la noia, che ci spinge a cercare un intrattenimento perché ci sentiamo privati di stimoli. Se stiamo per affrontare un esame universitario, ci sentiremo irrequieti, noteremo un’accelerazione del battito cardiaco e un aumento della sudorazione: il nostro scopo di superare l’esame è incerto e l’ansia ci fornisce l’attivazione necessaria a fronteggiare l’evento, siamo attenti, vigili, i nostri occhi e le nostre orecchie sono completamente allertati per guardare e ascoltare la il professore che ci interroga.

Usare le emozioni vuol dire rendersi consapevoli che il mondo emotivo può solo arricchirci e non toglierci benessere. Vuol dire riconoscere l’emozione che si prova e chiedersi il perché la si sta provando, quale bisogno c’è dietro e quale pensiero l’ha generata. Un atteggiamento passivo nei confronti delle emozioni invece ci fa sentire delle vittime: sentirsi vittima dell’ansia o della rabbia vuol dire non comprendere perché ci si senta così, sottovalutare il contenuto informativo che le emozioni ci portano e non aver imparato una modalità per gestirlo.

Sforzarsi di reprimere un’emozione invece di accettarla vuol dire essere all’oscuro del nostro sistema di significati: perché mi rattristo così tanto se un amico disdice un appuntamento? Perché parlare in pubblico mi fa sentire così in ansia? Se ci allontaniamo per un attimo dalle caratteristiche fisiologiche e comportamentali delle emozioni e ci spostiamo ad un livello superiore o sovraordinato, potremo divenire consapevoli che la tristezza che proviamo per l’appuntamento disdetto emerge in quanto l’appuntamento con l’amico significa per me che la mia compagnia è piacevole e il mio scopo di essere desiderabile dal punto di vista sociale viene così compromesso. Allo stesso modo, potrei comprendere che ogni volta che devo parlare in pubblico temo di fare una brutta figura e il mio scopo di essere all’altezza di tutte le situazioni potrebbe non essere raggiunto.

È molto importante identificare il nostro sistema di significati, le emozioni derivano proprio da quest’ultimo: se non le utilizziamo ma ci preoccupiamo di averle non conosceremo mai il nostro modo di dare significato agli eventi e al mondo. Ognuno di noi elabora i propri significati in base ad una serie di fattori tra cui le esperienze, gli insegnamenti della famiglia, la cultura. Molto spesso, le emozioni sono tanto più intense quanto più il nostro sistema di significati è inflessibile e assoluto.

Quali sono le basi per lo sviluppo psicologico del bambino?

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Quando si parla di sviluppo psicologico del bambino si è soliti pensare alla qualità della sua infanzia come un elemento indispensabile ai fini del benessere psico-fisico. In effetti, possiamo pensare all’infanzia un po’ come alle fondamenta di un’opera architettonica: la stabilità della costruzione, la sua flessibilità e il suo equilibrio sono elementi indispensabili. La loro importanza però, non va confusa con la necessità di perfezione, questo sia perché la perfezione è un obiettivo irrealizzabile, sia perché stabilire il concetto di “infanzia perfetta” è molto difficile.

Winnicott, famoso psicoanalista inglese di stampo freudiano, ha avuto il merito di aver sfatato il mito o la credenza secondo cui la madre debba necessariamente essere perfetta per una sana crescita del proprio figlio e per non provocare a questi dei traumi. Winnicott sosteneva infatti che non occorre essere una madre infallibile, precisa, irreprensibile ma “sana e affettivamente presente”. Una madre quindi che si stanca, che è alle prese con le proprie difficoltà, che è preoccupata per una serie di motivazioni ma che nonostante tutto è capace di trasmettere amore e sicurezza, che è in grado di rispondere ai bisogni del proprio bambino, sintonizzandosi con le sue richieste.  Sono proprio le grosse carenze nella soddisfazione di questi bisogni a porre le basi per la nascita di problematiche nello sviluppo affettivo dei bambini. I bisogni del bambino non comprendono solo la cura dal punto di vista fisico, come ad esempio il bisogno di nutrizione. Le basi per un sano sviluppo psicologico del bambino passano attraverso i bisogni di:

  • Sicurezza: la sicurezza di un bambino piccolo è completamente nelle mani dell’adulto che si occupa di lui così come quindi la sua possibilità di sopravvivere o meno. Un bambino che cresce con la sensazione di sentirsi in pericolo sperimenta in continuazione un senso di vulnerabilità che condizionerà pesantemente le sue scelte, le sue relazioni, i suoi progetti di vita. È il caso dei maltrattamenti e degli abusi.
  • Autonomia: l’incoraggiamento all’autonomia è un tema molto importante. Questo bisogno, se frustrato, genera problematiche relative alla dipendenza dagli altri, al bisogno di approvazione e all’incapacità di operare scelte. Questo accade quando i genitori non incoraggiano l’autonomia del figlio e tendono a sostituirsi a lui o ad operare per lui scelte che è in grado di prendere da solo. D’altro canto vi sono genitori che invece incoraggiano l’autonomia del bambino non considerando il suo livello di sviluppo, la conseguenza è di nuovo un senso di inadeguatezza e frustrazione perché non ci si sente all’altezza di un compito assegnato.
  • Autostima: è la stima del valore personale che ciascuno di noi fa di sé stesso. Un bambino che non si sente amato è un bambino che trae la conclusione di “non valere”, di non essere quindi degno dell’amore e delle attenzioni altrui.
  • Bisogno di esprimersi: questo bisogno viene soddisfatto quando si incoraggia il bambino sin da piccolo ad esplorare i propri interessi, quando non ci si sostituisce a lui nell’individuare o stabilire le sue inclinazioni naturali ma lo si lascia sperimentare, quando lo si lascia libero di esprimere le proprie emozioni non inducendo in lui colpa, vergogna o ridicolizzazione.

Ecco quindi che non esistono regole perfette o precise da applicare. Questo perché non esiste un bambino uguale all’altro, così come non ci sono genitori identici nello stile educativo e affettivo. L’ambiente che circonda il bambino quindi, dovrebbe essere costituito innanzitutto dall’attenzione a questi bisogni, non dimenticando i propri e non colpevolizzandosi per il fatto di averli. Un bambino è sereno e felice quando si sente al sicuro, amato, quando sente vicine le figure di riferimento che lo incoraggiano ad esplorare l’ambiente e che sono emotivamente presenti, disponibili e accoglienti nel suo percorso di conoscenza del mondo.

Quando il corpo diventa un nemico: il Disturbo di Dismorfismo Corporeo

 

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Quando si parla di disturbi legati alla percezione della propria immagine corporea, siamo soliti pensare ai disturbi alimentari, primo tra tutti l’anoressia. Se in effetti l’anoressia rappresenta il disturbo alimentare più conosciuto, spesso viene sottovalutata e in molti casi purtroppo non diagnosticata la presenza di un disturbo oggi sempre più diffuso ma al tempo stesso sconosciuto o sottovalutato: il Disturbo di Dismorfismo Corporeo o Dismorfofobia. Le persone con Disturbo di Dismorfismo Corporeo mostrano una percezione alterata della propria immagine corporea, una preoccupazione intensa per ciò che viene percepito come un difetto fisico che finisce per tramutarsi in una vera e propria ossessione. Il rimuginio e i tentativi di soluzione o “riparazione” del difetto hanno un pesante impatto sulla qualità della vita della persona. Il senso di vergogna per quella che viene percepita come una “deformità” può far sì che la vita relazionale si impoverisca a favore dell’isolamento sociale che riparerebbe dall’esposizione al giudizio altrui. Continue visite specialistiche, trattamenti chirurgici o estetici sono i tentativi di soluzione di quella che diventa una battaglia emotivamente estenuante: il proprio corpo è un nemico. L’esordio si colloca tendenzialmente tra i 15 e i 20 anni, il sesso femminile sarebbe quello più a rischio di sviluppare il disturbo. L’adolescenza sembra quindi l’età più a rischio, l’incremento dei casi di dismorfofobia negli ultimi anni potrebbe essere correlato all’estenuante ridondanza di modelli perfezionistici che vengono proposti dalla società: per essere belli, ricercati e vincenti bisogna corrispondere a degli specifici standard. Ecco che una qualsiasi deviazione dallo standard diviene motivo di sofferenza profonda perché in qualche modo simbolizza l’esclusione dalla cerchia dei “perfetti”, l’allontanamento dal gruppo a causa di un marchio di cui il corpo è portatore. Le parti del corpo maggiormente bersagliate sono diverse, comunemente però le ossessioni riguardano principalmente:

  • Naso
  • Pelle (colore della pelle, rughe, macchie, acne)
  • Asimmetrie del viso o di altre parti del corpo
  • Calvizie
  • Peso
  • Genitali

I sintomi tipici del Disturbo di Dismorfismo Corporeo sono:

  • Intensa preoccupazione per l’aspetto fisico
  • Ferma convinzione di avere un difetto/anomalia fisica
  • Ricerca di specchi per poter controllare l’aspetto fisico o evitamento del rispecchiamento
  • Frequenti richieste di rassicurazioni dagli altri sull’aspetto fisico
  • Convinzione che tutte le persone notino il difetto
  • Paragoni tra il proprio aspetto e quello degli altri
  • Evitamento di situazioni sociali per non esporsi al giudizio
  • Trattamenti estetici e/o chirurgici volti a correggere l’anomalia fisica

Se non diagnosticato e curato Disturbo di Dismorfismo Corporeo può cronicizzarsi e raggiungere livelli di gravità tali da causare altri disturbi psichiatrici come ad esempio depressione, ansia, abuso di sostanze e nei casi più estremi portare al suicidio che esprime il profondo malessere che si cela dietro la non accettazione del proprio corpo.

Ecco che chiedere aiuto e rivolgersi ad uno specialista è di fondamentale importanza. Nei casi di Disturbo di Dismorfismo Corporeo la valutazione globale che la persona ha di sé stessa (autostima) finisce per essere drasticamente influenzata da un unico fattore (il difetto) e diventa negativa a causa della grande discrepanza tra l’ideale e il reale percepito. Un po’ come quando pensiamo di essere dei falliti solo perché non abbiamo raggiunto un obiettivo e non guardiamo invece a tutti gli altri traguardi e successi raggiunti. A questo purtroppo però, si aggiunge una pericolosa convinzione tipica delle società moderne occidentali: l’unico strumento per ottenere successo è il corpo.

Questo disturbo simbolizza la relazione che abbiamo con il nostro corpo ed è estremamente importante occuparcene quando diventa la causa di disagi tanto profondi da invalidare la qualità della vita. Il nostro corpo è certamente una parte integrante della nostra identità ma non l’unica, la percezione di noi stessi dovrebbe basarsi su tanti altri fattori.

Quando mamma e papà si separano…

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La separazione dei genitori è uno tra gli eventi più difficili da affrontare nella vita di un bambino. Diversamente da quello che si pensa però, la fine di un rapporto coniugale non interessa solo i genitori e i figli ma l’intero nucleo famigliare (nonni, zii ecc.), ogni persona coinvolta si trova perciò a dover elaborare le diverse emozioni che ne scaturiscono. La separazione è un processo di grande cambiamento e, come tale, innesca inevitabilmente una serie di grandi modificazioni di carattere psicologico, organizzativo e sociale. Così come ogni importante cambiamento porta nella vita di una persona una certa dose di stress, allo stesso modo la separazione si caratterizza come una fase di transizione, di passaggio da uno stato precedente, conosciuto, certo, ad uno nuovo, da conoscere, in cui la ricerca di un nuovo equilibrio può risultare lunga, difficile e problematica. Le emozioni in gioco sono intense: rabbia, colpa, vergogna e tristezza caratterizzano questo passaggio verso la disgregazione di un progetto originario di unione, coesione e complicità, non a caso il termine più utilizzato dai coniugi per descrivere il loro stato emotivo è “fallimento”.

L’interrogativo più frequente tra genitori in procinto di separarsi riguarda la modalità con cui comunicare ai figli la separazione, l’intento che li guida è sicuramente l’intenzione di non procurare loro dolore e sofferenza. In realtà non è possibile annunciare ai figli la separazione coniugale senza che provino dolore o sofferenza, i genitori sono i riferimenti più importanti per i bambini e il timore di perderli va sempre considerato, rassicurandoli che sebbene alcune cose nella loro vita cambieranno, l’amore che provano la mamma e il papà nei loro confronti è talmente grande che non può finire. È molto importante, per quanto difficile sia, comunicare la separazione ai bambini con un linguaggio semplice, adeguato alla loro età, spiegando loro che non vanno più d’accordo ma che questo non ha niente a che fare con loro, che non hanno colpe e non sono il motivo per cui hanno deciso di non vivere più insieme. Per quanto difficile sia, dire la verità è sempre la scelta migliore. È indispensabile la presenza di entrambi i genitori nel momento in cui viene comunicata la decisione di separarsi, un errore molto comune è infatti quello di lasciare che se ne occupi solo uno dei due: i bambini hanno bisogno di ascoltare entrambi i genitori e ricevere da tutti e due le rassicurazioni sul fatto che nessuno li abbandonerà.

Solitamente, le reazioni alla notizia della separazione sono molto simili a quelle che si osservano dopo la perdita di una persona cara:

  • rifiuto e rabbia: può capitare che il bambino si comporti come se non avesse compreso e accettato i cambiamenti di cui gli hanno parlato i genitori, può ad esempio voler evitare di parlarne o far finta che non stia succedendo niente. La rabbia può essere manifestata in vari modi e contesti come ad esempio la scuola, dove potrebbe verificarsi una diminuzione del rendimento o un atteggiamento di chiusura verso gli insegnanti e i compagno. È molto importante che gli insegnanti siano a conoscenza della situazione per poter offrire il loro supporto e comprensione.
  • tentativi di ristabilire la situazione precedente: può capitare che i bambini facciano di tutto per riavvicinare la mamma e il papà, che cerchino di convincerli a tornare insieme promettendo loro di essere più buoni. È indispensabile rassicurare il bambino sul fatto che la decisione di separarsi non è stata presa a causa sua, molto spesso infatti i bambini convivono con un pesante senso di colpa di essere stati la causa della separazione;
  • depressione, tristezza: solitamente queste emozioni si manifestano quando il bambino è divenuto consapevole che quel che sta accadendo è inevitabile, che non potrà più vivere la situazione precedente. La tristezza in questi casi può manifestarsi con apatia, svogliatezza, pianto frequente e isolamento.

È importante rassicurare il bambino che la sua famiglia non cesserà di esistere, che i suoi genitori si separano ma non li abbandoneranno, che i ritmi e le abitudini verranno conservati e mantenuti e che col passar del tempo pian piano si abitueranno alla nuova situazione.

È importante inoltre incoraggiare il bambino a esprimere le sue emozioni e i suoi pensieri. Essere ad esempio all’oscuro del fatto che pensi di essere il responsabile dei disaccordi dei propri genitori è emotivamente difficile da gestire, così come la paura dell’abbandono o di perdere l’amore del genitore che non vive con lui.

“Disconnect to connect”: un video contro la dipendenza dalla tecnologia

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http://www.youtube.com/watch?v=7ae0tzVo8Fw

Una delle più grandi compagnie di telecomunicazioni della Thailandia, la DTAC, ha realizzato uno spot intitolato “Disconnect to connect” con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza delle conseguenze di quella che al giorno d’oggi si profila come una delle nuove dipendenze dell’era moderna: l’utilizzo della tecnologia. La connessione con il “mondo virtuale” sta diventando davvero un’esigenza e un bisogno difficilmente trascurabile, lo stile di vita, il comportamento e le scelte sembrano essere condizionati sempre più dal ricorso virtuale che interessa una popolazione molto vasta e sempre più spesso giovanissima. È abbastanza comune infatti osservare bambini che utilizzano uno strumento tecnologico per giocare sin dalla tenerissima età di 2/3 anni e genitori che incoraggiano e rinforzano questo comportamento, quasi fieri e orgogliosi delle capacità “precoci o prodigiose” dei loro figli, inconsapevoli però che di capacità prodigiose non si tratta di certo: saper utilizzare il tablet o i videogiochi fa parte di un processo di apprendimento che si adatta a ciò che offre l’ambiente di vita, prima si conosce, prima si impara.

Lo spot riprende persone completamente concentrate in qualche attività di natura tecnologica: chat, condivisione di foto, mail, utilizzo dei social network. Ciò che le accomuna è una cosa sola: la perdita della consapevolezza di tutto ciò che avviene nel presente, di ciò che accade nel mondo reale mentre si viaggia in quello virtuale. Il messaggio è dunque “Disconnettiti per collegarti”, dove il collegamento da favorire diviene quello con la realtà.

È superfluo dire che la tecnologia è un formidabile prodotto dell’intelligenza umana, che ha migliorato le condizioni di vita delle persone facilitandole su molti fronti e in molti campi. Non si può però non tener conto del rovescio della medaglia, dei suoi aspetti controproducenti e dell’impatto che un utilizzo scorretto del virtuale ha sulla vita dell’essere umano e sui suoi processi cognitivi ed emotivi.

Il nostro codice genetico racchiude una delle più importanti capacità per la nostra sopravvivenza: l’attitudine a stabilire delle relazioni sociali. Abbiamo bisogno degli altri per vivere e le capacità di relazionarsi sono tra gli apprendimenti più importanti della nostra vita, una scarsa qualità della vita relazionale ha infatti un pesantissimo impatto sul nostro benessere psicologico. Il paradosso della tecnologia appare dunque questo: viene utilizzata per comunicare meglio ma di fatto ci insegna a non comunicare bene.

Le abbreviazioni utilizzate negli sms o l’utilizzo di immagini per esprimere lo stato emotivo ci indirizzano verso la povertà di linguaggio e il mancato apprendimento di nuovi termini a tutto svantaggio della ricchezza del nostro vocabolario; il gioco virtuale ci impedisce il contatto visivo con l’altro, il movimento e l’esercizio fisico, la fantasia nel creare un gioco nuovo, la condivisione emotiva.

Una tecnologia che se usata scorrettamente insomma finisce col creare un bisogno, la necessità di essere utilizzata e uno stato di malessere se non è a disposizione.

Una tecnologia che nasce con lo scopo di avvicinarci a chi è lontano ma che pericolosamente ci allontana da chi ci è accanto.

 

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